Libertà di stampa c’è, libertà di stampa non c’è
30 settembre 2009
Come alcuni di voi ben sapranno, la settimana scorsa Roberto Saviano è stato ospite a L’era glaciale, programma condotto da Daria Bignardi su Raidue. Gli argomenti erano molteplici, ma ovviamente mirati sull’argomento ‘camorra’ e ‘Napoli’, di cui lo scrittore è tanto informato.
Il sentimento che ho provato, da piccolo terrone napoletano quale sono, guardando il programma è disgusto verso la mia città, e una forte rabbia verso tutto gli abitanti che la popolano. Purtroppo è un sentimento dettato dalla mala informazione che gira intorno la figura di Saviano, poiché visionando i video delle interviste ai ragazzi napoletani che la Bignardi ha mostrato, si intuisce solo che addirittura il napoletano medio vede la camorra come “qualcosa che, a differenza dello Stato, funziona”. Ma stiamo scherzando?
Roberto Saviano ha scritto Gomorra, libro d’informazione (con sfumature romanzate) che ha alzato meno polveroni di quanti tutti noi, fiduciosi nel cambiamento, avremmo voluto. Però Roberto da anni è sotto scorta per aver scritto quelle parole, imprigionato nella sola informazione che ha dato, mentre chi merita la prigione respira aria pulita, mentre riesce a uscirne fuori addirittura come ‘eroe dello stato’.
Io, con un completo disdegno verso la mia città, ammiro Roberto Saviano per il suo coraggio, e gli sono vicino, per quanto queste parole possano importare, nella sua prigionia sminuita da incomprensione e ignoranza. Era preparato alle parole che i ragazzi napoletani dicevano su di lui (“Ha infangato la nostra città”), ma lo vedevo, ovviamente, incazzato nel suo sorriso tranquillo. E’ un eroe, perché per fortuna non sono il solo ad apprezzare ciò che fa e ha fatto; però sentirsi paragonare addirittura ai boss che ammazzano le persone a sangue freddo non deve essere bello da sentirsi dire, soprattutto con la vita che sta facendo dopo ciò che ha detto su loro.
Ma davvero vogliamo che il nostro paese sia questo? Un giornalista, uno scrittore, scrive la verità, scrive di ciò che accade, vedendo la sua vita distruggersi con quell’articolo. Il vero punto della ‘libertà di stampa’ di cui spesso si parla ultimamente è non lo scrivere di ciò che si vuole, ma di non subire dopo le conseguenze che solo un paese sotto regime può avere. Vieni denunciato per diffamazione, per calunnia. Sei un comunista, un farabutto, sei un pezzo di merda. Non sei un grande giornalista, che per quanto tu possa aver avuto il coraggio di scrivere un grande libro di informazione, vuoi le tue lodi, ma anche che ti si riconosca che non hai fatto altro che fare bene il tuo lavoro. Saviano, durante l’intervista dice:
« La libertà di stampa per cui ho firmato io è la libertà di lavorare serenamente (..) Quanto tu scrivi devi sapere che quello che scrivi verrà criticato e attaccato da un opinione diversa, e non che ciò che scrivi verrà pagato con la tua vita quotidiana (..) Per scrivere serenamente, e non pagare con la propria vita privata un’opinione. »
Per non citarvi Enzo Biagi, mi viene in mente Anna Politkovskaja, giornalista russa che pagò con la vita la sua dedizione al lavoro, al semplice lavoro, dell’informazione sulla guerra in Cecenia -argomento da sempre spinoso, e su cui non c’è nulla, ma proprio nulla, che quadri-. Lei disse:
« Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci. »
Ma davvero vogliamo vivere in mondo così? Dove chi lavora per noi scrivendo solo le proprie opinioni rischi la vita? Davvero crediamo che i soldi, bene materiale che non ci porteremo nella tomba, alla fine della nostra vita mortale, siano più importanti di una vita che ha il coraggio di dire cose che pensiamo tutti?